
Stavo sfrucugliando sul mio computer con Google Desktop, quando ho trovato una lettera, che mi ero completamente dimenticato di aver scritto, che inviai a “La Stampa” dopo che, alla morte di De André, Guido Ceronetti si era prodotto in un nunc est bibendum di pessimo gusto. La lettera non è stata pubblicata, ma a distanza di tempo non mi dispiace e faccio da me.
La morte di Fabrizio De André è stata un brutto colpo per molti italiani, fra cui, purtroppo, non rientra Ceronetti, che pesa secondo il suo giudizio estetico inappellabile la perdita di un modesto “cantante-autore”,in fondo trascurabile, coi suoi “rigagnoli di poesia”, rispetto al “Mississipi” di Campana o di Einstein (che c’entra come i cavoli a merenda, visto che alle scuole elementari si insegna a non mescolare pere e patate). La provocazione è così gratuita e smaccata che è probabile che l’autore stesso non creda a una parola di quanto ha scritto. Facciamo comunque finta di stare al gioco.
Credo che lo spazio dedicato a De André, in fondo solo per un paio di giorni, sia del tutto equo, rispetto, ad esempio, alle pagine e pagine dedicate al decesso di una principessa la cui lezione al mondo è stata, più prosaicamente, che è inopportuno superare i limiti di velocità in un centro urbano. Ma pare certo di cattivo gusto e, per un credente come Ceronetti, forse blasfemo, mettersi a giudicare l’importanza della vita e della morte dei singoli. Se dovessimo farlo, rammenteremmo che De André ha fatto conoscere al pubblico italiano la grande tradizione della canzone francese; che Villon non si sarebbe vergognato della lettura della sua opera fatta da questo“cantante-autore”, né Lee Masters (la sua traduttrice, almeno, non se ne vergogna); Bob Dylan ne era entusiasta (nota per Ceronetti: Bob Dylan è una specie di salmista); attraverso gli spunti forniti dai vangeli apocrifi De André ha proposto ai contemporanei, in un’epoca in cui per un anarchico parlare di fede era trasgressivo, un messaggio esistenziale complesso e travagliato, degno di buona parte della letteratura “alta” contemporanea e, comunque, sicuramente non inferiore alla versione ceronettiana del Qohèlet; con la differenza, forse, che il suo rigagnolo ha raggiunto qualche villaggio in più rispetto al Mississippi degli altri, generando, comprensibilmente, qualche piccolo risentimento. Non ricordo di averlo mai visto presenziare a qualche trasmissione televisiva; tutti ricordiamo il suo comportamento dopo la brutta esperienza in Supramonte (anche De André “era un sopravvisuto”, a modo suo, per quanto, per ragioni anagrafiche, non avesse avuto la possibilità di finire in un Lager o in un gulag: che dire, si fa quel che si può…) e la sua coerenza. Sulla qualità musicale di De André, con tutto il rispetto per l’auctoritas esegetica del vostro cronista, ha forse maggior valore il parere del maestro Sinopoli, di segno nettamente contrario; dunque, Ceronetti sia indulgente e abbia compassione per il volgo indotto, che ha amato questo “cantante-autore”, che parlava solo attraverso i suoi testi e, a differenza degli ipocriti stiliti di fine Novecento, non usava gridare il suo vanitas vanitatum attraverso una rubrica certo ben pagata sulla prima pagina di uno dei maggiori quotidiani italiani.