Archivio di Ottobre 2006

Gregor Samsa in segreteria

Domenica 29 Ottobre 2006

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Entrare in una segreteria scolastica, quando è un po’ che sei fuori dal giro, è un’esperienza un po’ proustiana e un po’ kafkiana. Le cose che qui narro sono rielaborate per motivi narrativi (cioè: non tutto in realtà è accaduto esattamente nella stessa mattinata, non tutto accade a me, alcune cose in realtà sono accadute per telefono), ma gli episodi sono reali ogni riferimento a fatti, luoghi o persone è puramente casuale.

1) Il giro richiede di fare la spola fra una quindicina di scuole, e consiste nella richiesta di quattro certificati (servizi pre-ruolo, dichiarazione INPDAP, buonuscita, pensione). Non tutti sanno che le segreterie delle scuole sono talvolta prive di telefono; o meglio, esiste come oggetto, ma in alcune scuole suona perennemente vuoto o occupato a causa di qualche misterioso Poltergeist. Altra cosa poco nota è che non si può chiedere per telefono “scusi, sono X, mi può fare i quattro certificati per l’immissione in ruolo che vengo a ritirarli?”: bisogna andare di persona e “fare domanda in carta semplice”.
2) Prima tappa: prestigioso liceo classico. Chiedo i certificati del servizio prestato come commissario di maturità; no, no, non si può, perché i servizi come commissario non valgono. Buco nell’acqua.

3) Seconda tappa: più modesto istituto tecnico industriale, stessa richiesta. Credo che si siano fumati il database, e infatti mi chiedono di precisare il servizio in modo così analitico da sembrarmi sospetto, ma non fanno una piega. Dopo un po’ vado a ritirare i quattro certificati. Ora, con un po’ di calma, torno nel prestigioso liceo classico e se non me li fanno leggerete sul giornale “strage a scuola. il folle l’aveva annunciato su un blog”.

4) Medio liceo pedagogico ex istituto magistrale. Ci ho lavorato il secolo scorso, non conosco più nessuno lì dentro, ma quelli che ci sono adesso sono simpatici, sembrano sapere tutto di me, e lo capisco sùbito: “Ah, eccola lì, Massimo Manca è Lei. E la possiamo shmettere di chiamà, che noi la chiamiamo sempre ellei essempre occupato, eh”.

5) Buon liceo scientifico, segretaria con aria da Benigni in La vita è bella: “E’ passato all’Università? Bravo, bravo, ha fatto bene, si salvi almeno Lei”.

6) Altro buon Liceo scientifico, passato orario di ricevimento, no trespassing “mi dispiace, può ripassare?” “Certo che posso, ovviamente se non mi càpita una disgrazia, imperciocché solo il Signore è padrone del nostro futuro”.

7) Liceo Scientifico così-così in cintura; “mi dishpiace, il certificato non ci sta. Doveva telefonare prima di venire”. In effetti, non avevo pensato al fatto che, un certificato richiesto a metà luglio, pretendere di ritirarlo a metà ottobre così senza telefonare prima è un po’ ardito. Telefonerò.

8) Telefonata a liceo boh fuori città, cui a metà luglio sono andato, per l’appunto di persona, a chiedere se mi facevano ’sto omissis di certificato.

FLASHBACK

li vedo che mi dicono: “Vuole che glielo spediamo?”, e io “CERRRRTO!”. “Bene: ha con sé i francobolli…”? [Bisogna sapere che non è possibile pagare il giusto; bisogna proprio fisicamente mettere in mano al segretari un francobollo; anche quando in rari casi i segretari della scuola acconsentono di accettare la tua richiesta telefonica, se vuoi il certificato per posta, devi spedirgli per posta i francobolli, che godranno del raro privilegio, per un francobollo, di viaggiare sia all’andata, sia al ritorno]. Inizia così la caccia al francobollo nella provincia spopolata. Vittorioso come chi ha cacciato il mammuth, torno con il francobollo.

FINE FLASHBACK

E a tutt’oggi non ho visto nulla. Telefono, mi assicurano che i certificati mi arriveranno fra pochi giorni, ma secondo me hanno messo su una di quelle cose piramidali e fuggiranno alle Bahamas con i francobolli di migliaia di tapini.

9) buon liceo scientifico, dalla fama politicamente impegnata. Entro: ll’ufficio è fatto pressapoco così:

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In sostanza: E’ un ufficio che consiste di due vani affiancati A e B, per cui dal corridoio esterno si accede attraverso due porte a e b; all’interno, i due vani comunicano attraverso l’ampio passaggio C; l’ufficio giusto per me è B; per disattenzione entro da a:

-Buongiorno, avrei bisogno dei quattro certificati per l’immissione [bla bla].

- Ah, sì: per quello deve chiedere di là.

-Grazie, molto gentile! E ruoto di un angolo retto in senso orario verso C.

- Lui: Mi scusi…

-Io: …sì?

- (con gentile fermezza): Dovrebbe passare da fuori.

Felice per lo scampato pericolo (evidentemente in corrispondenza di C c’è una botola nascosta), ruoto di un ulteriore angolo retto in senso orario, apro la porta, esco e chiudo, ruoto di un angolo retto in senso antiorario, avanzo di un passo, ruoto di un ulteriore angolo retto in senso antiorario, apro la porta ed entro. Comincio a sentirmi una tartaruga programmata in Logo.

10) Liceo classico benissimo; ci ho insegnato più di dieci anni fa ma il segretario, che è evidentemente un agente del Mossad sotto copertura, si ricorda perfettamente di me e mostra di conoscere in modo inquietante particolari sulla mia famiglia che dimostrano che mi ha piazzato delle cimici in casa. Mi rilascia i quattro certificati redatti con una cura dei particolari da monaco certosino, in cui ancora un po’ c’è scritto a che ora sono andato in bagno durante il mio servizio. E’ uno che sa fare il suo mestiere, non ci piove. Ce ne fossero.

Nel frattempo, naturalmente, ci sono i corollari; per esempio, in una scuola c’è una supplente che è stata convocata alle otto di mattina in fretta e furia per mettersi d’accordo per una presa di servizio che dovrebbe accadere a distanza di giorni. La supplenza prevede che in un giorno ci sia un’ora dalle 13 alle 14; Lei questa settimana ha un impegno pregresso che, non avendo la dote della profezia, ha fissato mesi addietro per le 13 di quel giorno, e non è eliminabile, ma poco importa: basta che le diano quell’ora di permesso non retribuito e poi per le volte successive metterà le cose a posto. Ma il Dirigente Scolastico è irremovibile come l Dama della Vergine Cuccia. “Si figuri se appena arrivata già le dò il permesso”; la supplente rinuncia alla supplenza e per risparmiare un’ora la segreteria dovrà perderne altre a convocare ulteriori aspiranti.

Un altro corollario è la visione un po’ dantesca degli allievi giustificandi alle otto del mattino. Un fenomeno scolastico piuttosto noto è il ritardo cronico degli allievi. Un giorno Tizio entra alle 8.01, quello dopo alle 8.02, quello dopo alle 8.03 ecc. L’ingresso non sincronizzato degli allievi distrugge la didattica, perché tutte le volte che uno entra, tocca ricominciare, interrompere i convenevoli che si instaurano tra il testè entrato e il resto della classe, segnare sul registro che il tizio è entrato, e così via fino all’ingresso di tutta la trentina di alunni.

Nel tentativo di scoraggiare il fenomeno, in parecchie scuole chi arriva in ritardo deve andare da una figura di riferimento, normalmente il vicepreside, che dovrebbe autorizzare l’ingresso in ritardo e procedere a contestuale rampogna. Essendo tuttavia il malcostume piuttosto generalizzato, accade che, in istituti di consistenza notevole, si crei davanti alla porta della vicepresidenza una lunga teoria di postulanti in qualche modo simile a questa. Il risultato è che un docente che potrebbe essere impiegato per attività più costruttive perde il suo tempo prezioso per rilasciare il permesso di soggiorno ai reprobi, che a loro volta, oltre ad aver perso già tempo intrinsecamente, ne perdono dell’altro estrinsecamente, fenomeno che interesserebbe le fini analisi di Cipolla.

Insomma, la scuola in Italia è qualcosa su cui tutti mettono becco, se ne lamentano, propongono, vaticinano, e di norma pensano che sia una questione di didattica, di metodologie, di docimologie; certo, naturalmente, ma non è necessario entrare in una classe per rendersi conto di che cos’è la scuola: basta varcare il portone e si raccoglie sufficiente materiale per un dottorato in antropologia.

UPDATE: Il certificato che dovevo ricevere per posta è arrivato; rigorosamente incollato alla busta, per cui dovrò richiederne un altro.

Davide Campodirame

Venerdì 27 Ottobre 2006

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Ieri sono andato a vedere lo spettacolo di David Copperfield (non quello della foto, naturalmente); un po’ fortunosamente, perché fino all’ultimo, per ragioni di lavoro, non sapevo se ci sarei potuto andare, e quindi avevo evitato l’acquisto di posti dignitosi ma costosi, alla fine mi sono procurato un paio di biglietti in piccionaia.
Il luogo scelto a Torino per lo spettacolo è il MazdaPalace. E’, per capirci, il luogo dove di solito si tiene il campionato di trial indoor, una specie di palasport tutto in cemento armato con sedie di plastica e pessima acustica, dall’aspetto industriale, che non è pensato per una performance di carattere teatrale, e che ha il potere di rendere qualsiasi cosa vi venga rappresentata emozionante come seguire una catena di montaggio. Può reggere, scenograficamente, cose come gli Harlem Globetrotters, ma poco più. Fra le altre cose, non vi si può fare un decente buio in sala, e la gestione è comunque da palasport, nel senso che durante lo spettacolo continuano a passare venditori di bibite, quindi immaginate il clima. Nel teatro, la location fa parte a pieno titolo della rappresentazione, e senz’altro contribuisce al setting emotivo degli spettatori; credo che una scelta oculata sia fondamentale in particolar modo per la prestigiazione, che si basa su un equilibrio assai precario sul patto narrativo. Ma, a Torino, non c’è nessun teatro che abbia una capienza paragonabile, e forse la scelta era obbligata; va detto tuttavia che il palazzetto era mezzo vuoto (altra pessima cosa: meglio riempire un teatro piccolo che lasciare mezzo vuoto un teatro grande). A me, egoisticamente, ha fatto gioco, perché dopo pochi minuti dall’inizio dello spettacolo sono riuscito a spostarmi in un settore ben più costoso di quello per cui avevo pagato il biglietto…

Lo spettacolo inizia puntuale, con solo un quarto d’ora accademico di ritardo. Il prologo è un filmato in cui si pone in evidenza la penetrazione di Copperfield nell’immaginario collettivo, e la sua citazione in una miriade di film e testi. Al termine della proiezione, l’artista appare sulla scena in motocicletta, e saluta in italiano, come di consueto negli spettacoli di artisti stranieri (celebre il “siete caldi” di Madonna, in un ormai preistorico oncerto torinese). E proprio quello della lingua sarà una dei problemi maggiori dello spettacolo. E’ disponibile una traduzione simultanea, ma il traduttore, come molti rilevano, non ha una voce sufficientemente gradevole e non traduce sempre tutto; in effetti, visto che lo spettacolo è sempre il medesimo, e Copperfield parla secondo un preciso copione, sarebbe stato molto utile studiare una traduzione letterariamente curata, semplicemente da leggersi da parte di un buon attore, magari lasciando la finzione dell’interprete. D’altro canto, l’artista stesso non cura la dizione, articola poco, e tende a parlare in modo molto chiuso come se si rivolgesse a un pubblico di madrelingua, mentre senz’altro avrebbe avuto la possibilità di parlare con maggiore chiarezza: nei punti in cui lo fa, il pubblico capisce quasi tutto senza bisogno della traduzione. La traduzione medesima, per forza di cose, tende a rompere il timing e sicuramente danneggia l’esecuzione complessiva. Sono tradotti anche i filmati che talvolta accompagnano gli effetti, e non mancano strafalcioni (il pubblico balza sulla sedia di fronte a un terribile “disereditare”).
Più grave è il fatto che Copperfield usi spesso parole italiane ma non sia consapevole dei registri linguistici, e infarcisca di volgarità lo spettacolo. Certe cose passano, e sono a volte gag simpatiche. Per esempio, uno sguardo di complicità all’apparizione di un cetriolo lanciato sul pubblico e la frase “potete dire a casa che avete visto il cetriolo di Copperfield”; pare però che nelle rappresentazioni precedenti la frase fosse “che vi è venuto in testa il cetriolo di Copperfield”, e questa è già di gusto più dubbio; ma poi dice intenzionalmente “minchia” al posto di “mischia”, si fa mettere una mano sul didietro da una spettatrice, la mette lui a un’altra, tira fuori una siringa con un antidoto e dice a una spettatrice: “Questa dove la vuoi? La vuoi nel tuo culo?”, eccetera. Qualcuno deve avergli detto che le parolacce fanno ridere. E’ vero, ma dipende da chi le dice: se sento Alvaro Vitali dire “culo” rido; se lo sento dire a mio figlio di due anni, gli dò un ceffone; se lo sento dire dal Papa, mi imbarazza. “La vuoi nel tuo culo” non sta bene neppure in bocca la mago Oronzo, che è un personaggio costruito per essere intrinsecamente volgare. E Copperfield si è costruito un personaggio un po’ superuomo, un po’ gentleman, aggraziato nei movimenti e dall’aspetto bello e colto: l’improvvisa irruzione del turpiloquio e del doppio senso greve nel suo personaggio distrugge lo schema mentale che il pubblico ha di lui e genera disorientamento, come se Silvan, il cui linguaggio è sempre sul registro alto, si mettesse improvvisamente a intercalare con bestemmie una sua performance Il pubblico un po’ sorride per cortesia, un po’ reagisce con imbarazzo. E che cavolo, Signor Copperfield, si paghi un consulente linguistico: in Italia abbiamo Alvaro Vitali e i Vanzina, ma anche Armani e la Cappella Sistina; sappiamo essere volgari, ma non è che non abbiamo idea di che cosa sia l’eleganza. Si paghi un consulente linguistico; volendo, io sono ben qualificato e Le faccio un buon prezzo.

Lo spettacolo è a scartamento ridotto rispetto al grande show di Copperfield che ci si aspetta; potremmo definirlo una “versione light“; tutti vorrebbero il volo, che non ci sarà, io avrei voluto la casa dei fantasmi, ma non so neppure se sia effettivamente praticabile al MazdaPalace. In effetti, la proiezione un po’ troppo “autocelebrativa” (come lui stesso dice) dei filmati dei suoi grandi stunt del passato è un po’ controproducente, perché fa notare ancora più la differenza con questa produzione un po’ al risparmio. Ci sono più effetti parlati che grandi illusioni (e questo non è bene, per i motivi che si sono sopra detti, ma certo costa di meno trasportarli). Un aspetto fastidioso è l’uso un po’ eccessivo dei compari. Rivelo qui un piccolo segreto dicendo che è abbastanza frequente presso i grandi professionisti scegliere persone del pubblico che in realtà sono compari, anche in giochi che verrebbero comunque: si fa per non avere problemi e per essere sicuri sui tempi scenici. Però in questo spettacolo la comparità è un po’ troppo smaccata, e risulta evidente dall’eccessiva attorialità di alcuni “spettatori”: una tocca il sedere (ma guarda un po’) all’artista, un altro spettatore chiamato a fare da partner in un gioco che poi viene eseguito al rallentatore torna al suo posto camminando al rallentatore, ecc…. . In quest’ultimo caso, la gag è divertente e il pubblico perdona per questo la violazione del patto narrativo; il problema è che non escludo che nello show ci siano stati effetti in cui i partner non erano compari, ma il pubblico a quel punto pensava che lo fossero anche loro…

Poi però ci sono due bei colpi di coda. Il primo è l’effetto in cui Copperfield predice il numero di una lotteria grazie al quale può realizzare il sogno del nonno di possedere una bellissima automobile, che alla fine appare sul palco. Detto così è poco, ma la costruzione dell’effetto fa leva sul patetico e su quella che Aristotele avrebbe detto mimesi, e funziona molto, molto bene (anche se poi si vede un po’ troppo scopertamente come la macchina scompare, il che dà preziosi indizi su come è apparsa); poi, l’effetto dell’isola, che è un capolavoro, anche se dal punto di vista della costruzione emotiva è identico a quello dell’automobile. L’effetto è così geniale che da solo vale lo spettacolo. Lo conoscevo via video, ma visto dal vivo colpisce lo stesso, e il pubblico si alza in piedi; sono emozionato anch’io. Poi, la conclusione con una sparizione collettiva degli spettatori e loro riapparizione in fondo alla sala. A causa dell’impossibilità del buio in sala una parte consistente del pubblico si rende conto di come fanno a ricomparire; una spettatrice alla mia sinistra tira fuori il dito medio edice “bravo, bravo, proprio un mago sei” come se avesse sei anni e qualcuno le avesse improvvisamente rivelato che Babbo Natale non esiste. Sarebbe stato meglio finire con l’effetto prima (e se no, non si scappa, toccava volare). Il pubblico esce, nessuna richiesta di bis, una cosa mai vista a teatro. Però vedo che la gente fuori parla, fa ipotesi, ecc., non è che si lamenti del pacco, e mi chiedo perché non si siano fermati ad applaudire l’artista. Credo che, al di là delle manchevolezze che ho fin qui notato, e che si potrebbero correggere facilmente, lo show di David Copperfield risenta della mancanza di un filo conduttore generale. Prima appari in moto, poi passi attraverso una lastra, poi indovini una carta, poi ti chiudi in una scatola, ma se facessi tutte queste cose in un altro ordine cambierebbe poco. Eppure, i singoli effetti sono molto curati: si crea un’aspettativa, si fa vedere un retroscena, le cose accadono quando devono accadere e quando il pubblico è stato portato a desiderare che accadano. Se dopo il discorso del papà che voleva portare la figlia alla Bahamas ma non aveva i soldi Copperfield avesse fatto passare un cesto fra gli spettatori, avrebbe raggranellato una certa sommetta. Però, anche ad altissimo livello, dove soldi e idee non dovrebbero mancare, c’è difficoltà a dare un senso allo spettacolo magico in generale, qualcosa che vada al di là di una rassegna di effetti. Qualcuno che ci prova e ci riesce c’è. Per esempio, Brachetti, che fra l’altro torna presto con il suo spettacolo a Torino (e vale la pena di vederlo), è quasi costretto a farlo, perché ha il problema che, sostanzialmente, l’arte di cui è specialista consiste nel cambiarsi d’abito rapidamente. E’ chiaro che, messa giù così (e mi rendo conto che è un po’ come dire “Ho letto Guerra e pace. Parla della Russia”, dopo dieci cambi d’abito lo spettatore, se posso parlare come Copperfield, si romperebbe i coglioni. Perciò Arturo e la regia che di volta in volta ci collabora inseriscono gli effetti in un contesto teatrale complessivo, e quindi si esce dallo spettacolo dicendo: sono andato a teatro a vedere Brachetti. Credo che invece molti spettacoli di magia non siano teatro, ma poco più che la giustapposizione di effetti, magari singolarmente apprezzabili, ma che nel complesso non concorrono alla realizzazione di un effetto di senso scenico complessivo, e anzi talvolta si ostacolano narrativamente l’uno con l’altro, tanto da procedere più per sottrazione che per addizione. Alla fine resta il puzzle del “come avrà fatto”, ma un puzzle non si applaude: al massimo si è contenti che sia finito, il che non significa naturalmente non essere soddisfatti di avelo comprato e (se posso parlare come Copperfield) montato.

Massimo Manca had a farm

Domenica 22 Ottobre 2006

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Ho inaugurato qualche gioco fa un giochino serale con mio figlio (quasi due anni) fissato con Old mac Donald had a farm: gli canticchio “Nella vecchia fattoria ia ia oh” come messaggio di accoglienza nella segreteria telefonica digitale, e lui si diverte a risentirsela decine di volte schiacciando un solo tasto. Poi naturalmente ripristino il normale “questa è una segreteria telefonica: potete lasciare un messaggio”.

Fino a venerdì, quando mi sono dimenticato, e sono uscito. E al ritorno avevo in segreteria quattro chiamate di lavoro.