Coreuticità (crosspost)

scuola.jpeg

Nota: questo è un ris-post; prima, leggi qui.

Caro .mau.,

stavo rispondendo sul tuo blog, poi ho visto che la cosa diventava troppo lunga e ho dirottato sul mio. Riassumendo, tu chiedi:

1) la riforma approvata oggi non è più o meno quella di Berlinguer?

2) Che senso ha l’insegnamento in quinta di una disciplina in lingua straniera?

3) Che senso ha fare licei scientifici senza latino?

4) Ma ’sto liceo coreutico?

Ti rispondo, per quanto posso.

1) la riforma approvata oggi non è più o meno quella di Berlinguer?

No, la riforma approvata oggi va (per fortuna) in senso profondamente diverso rispetto alla riforma Berlinguer. Il  Capolista al Nordest aveva messo in cantiere un processo di riforma tale che avrebbe modificato profondissimamente, in peggio, il sistema scolastico: pressoché totale distruzione delle discipline classiche-classiste, sostituzione dello studio della letteratura con cose tipo “orientamento nella produzione libraria”, enfasi sul “pratico” e sulla “manualità” che ancora si vede nelle parole di commento di Mariangela Bastico, ossessione per le “nuove tecnologie” evocate in termini sokaliani. Contro questo progetto nacque una ricchissima pamplettistica, fra la quale segnalo Segmenti e bastoncini, scritto da un matematico, Lucio Russo, e aggiornato un paio d’anni fa (non ho letto l’ultima versione). Fortunatamente il Capolista al Nordest cadde per ragioni secondarie (voleva legare la progressione di carriera al superamento di un quiz a crocette sul didattichese, ne nacque una rivolta sindacale sia da chi riteneva vergognosa una selezione di questo tipo, sia da parte di chi rifiutava per principio ogni possibilità di differenziazione tra docenti e lo rimpastarono con il povero De Mauro, che ancora credo se la sogni di notte).

Quella di questi giorni non è una “riforma”;  più che altro fotografa una situazione esistente. Mantiene i due licei tradizionali, Classico e Scientifico, con qualche modifica di orario, rinomina lo Psicopedagogico (ex magistrale) in “Liceo delle scienze sociali”, sega (e fa bene) le centinaia di sperimentazioni esistenti lasciandone in piedi tre: il Liceo Scientifico Tecnologico, il Liceo Coreutico e Musicale. Dico che fa bene, perché secondo me in Italia le sperimentazioni dovrebbero essere vietate. Per sperimentazione, infatti, intendo la cosa in maniera galileiana, e cioè “provando e riprovando”. Tu provi a vedere se modificando il quadro orario, insegnando diversamente ecc. ottieni qualcosa che funzioni più, meno o uguale rispetto alla situazione esistente. Se funziona, va bene; se non funziona, si “riprova” la sperimentazione, cioè si archivia e si passa ad altro. So che è difficile valutare statisticamente l’efficacia di un corso di studio, ma non sta a me farlo. Comunque sia, a me è spesso capitato di insegnare in corsi “sperimentali”, ma non mi è mai capitato di sentire che un corso sperimentale sia stato “riprovato” e si sia detto: ok, ci abbiamo provato, ma è una boiata, non funziona, chiudiamo e sarà per la prossima volta. Perché non è mai capitato? Perché sulla bandiera italiana c’è scritto “tengo famiglia”. Non credo naturalmente che le motivazioni per questa semplificazione siano di alto tenore pedagogico; rientrano nella politica di tagli dei danti causa del Ministro (Brunetta e Tremonti), ma in questo caso l’effetto collaterale è positivo.

2) Che senso ha l’insegnamento in quinta di una disciplina in lingua straniera?

L’insegnamento “in lingua veicolare” è la moda (provincialotta) di questi anni come l’insiemistica era la moda matematica di quando io facevo le elementari e la narratologia quella letteraria quando ho iniziato a insegnare una ventina d’anni fa, e questi discorsi incominciano a sentirsi anche all’università, dove mi sono già pervenute richieste di disponibilità a insegnare in inglese. Sono in grado di farlo? Ni. Un mese fa ho tenuto una conferenza in Austria a un convegno di linguistica computazionale; mi sono scritto il discorso per bene, ma l’ho comunque mandato a rivedere da un madrelingua in un centro traduzioni, perché, per uno che di mestiere parla in pubblico, sbagliare un congiuntivo (o infilare un false friend) è come presentarsi con la macchia di sugo sulla camicia. Diciamo che al mio inglese posso dare un “discreto”; il mio italiano, però, visto il mestiere che faccio, in situazioni formali sta sull’”ottimo” (se vuoi abbassarmi il voto, abbassami però corrispondentemente anche l’inglese). Ora, mi chiedo perché io debba esprimermi in una lingua in cui conosco, diciamo, ventimila parole (e già è buono) quando nella mia lingua posso usarne centomila, e perché i miei allievi debbano fatalmente abbassare il livello della comunicazione rispondendomi se interrogati.
Ho già visto questa situazione. Fra le lingue che sono in grado di parlare, c’è l’esperanto. Una cosa che è considerata molto maleducata è la situazione del krokodili, cioè: in un incontro esperantista ci siamo siamo tu , io e, metti, il coreano Jung Pat Sun, e tu e io, invece di parlare esperanto parliamo per comodità tra noi in italiano, tagliando il povero nonindoeuropeo fuori dalla conversazione. E’ un comportamente che nel galateo esperantista è considerato (e in effetti lo è) riprovevole. Ma se invece siamo solo tu e io, che facciamo? Alcuni esperantisti sono categorici: “fra esperantisti si parla esperanto”; per altri (eccone uno) è una boiata. Se vogliamo fare un po’ di esercizio, va bene, ma la mia idea è che, avendo più lingue in comune, conviene usare quella che ci dà la massima possibilità di comunicazione (e qui il discorso sarebbe lungo ma, come si direbbe nei newsgroup, vado OT).

3) Che senso ha fare licei scientifici senza latino?

Il Liceo Scientifico Tecnologico è una sperimentazione che esiste da un po’. Di solito non è attivato come sezione dei licei scientifici, ma negli istituti tecnici, perché ha i laboratori, gli “insegnanti tecnico pratici ecc”. Mi ha un po’ colpito sentire il tuo commento che chiedeva che senso avese un Liceo senza latino, perché di solito chi ha una formazione scientifica parte con la litania che “al liceo scientifico si fa più latino che scienza” e tende a benedire il LST, spesso auspicando la scomparsa del tradizionale (in realtà non mi ha colpito molto, perché sei la persona più rinascimentale che conosco). Se vuoi farti del male, puoi farti una rimpatriata Usenet e verificare il livello pazzagliano della discussione (da entrambi i lati, eh). Il LST è il più berlingueriano dei licei, tanto che Berlinguer lo definisce (occhio: PDF) “l’unico liceo scientifico degno di questo nome“. Berlinguer ha da sempre un odio profondissimo per il latino che non smette di reiterare a ogni occasione possibile, e che deriva dalla vecchia argomentazione sul latino classista che contrappose Antonio Banfi a Concetto Marchesi nel dibattito interno al PCI alla vigilia dell’istituzione della scuola media unica, su cui non sto a dilungarmi. Sul “liceo senza latino”, boh. Posto che non pubblicherò nessun commento in questa sede che rompa le palle sterilmente sull’inutilità del latino (visto che io lo insegno, qui sono a casa mia e mi permetto di farne una questione personale), io credo che a certe condizioni  si possa sostituirlo, accettando di guadagnare in certi campi e perdendo in altri. Per esempio, le ore di latino possono finire integralmente a matematica, a uno sport, uno strumento musicale o alla danza, e, mi allargo, agli scacchi (non, a mio parere, a sociologia, a chimica o a biologia). Ma a un patto: con un “liceo senza latino” non ti puoi iscrivere in una facoltà umanistica. Il problema è che l’accesso all’università è invece totalmente libero (e le stesse Università non vogliono perdere clienti), e quindi ci si ritrova a Lettere gente che non sa chi è Cicerone o Sofocle a fianco di gente che ha studiato queste cose cinque anni, e siamo costretti ormai a fare sempre più corsi di latino e greco senza latino e greco (nel senso che latino e greco vengono limitati alla storia della letteratura o alla descrizione teorica della struttura della lingua); e non è proprio come il diplomato del classico che si iscrive a matematica e deve superare il gap di non aver fatto integrali e derivate, arranca all’inizio ma poi recupera; è come se arrivasse a matematica uno cui devi proprio spiegare che cosa sono i numeri. Dai corsi di laurea o facoltà affini non strettamente di filologia classica (lettere moderne, archeologia, beni culturali, dams, ecc.) arriva perciò in molti atenei sempre più pressante la richiesta di sostituire latino e greco con generici corsi di “cultura classica”, come già succede, o ufficialmente o ufficiosamente, in alcuni indirizzi liceali (al “liceo classico europeo” si fa una materia chiamata “cultura classica”: latino e greco in parallelo, fatti praticamente nella stessa ora incasinando gli studenti; in molti scientifici tradizionali dopo il biennio si fa ormai solo storia della letteratura e si abbandona la lingua). Il risultato è che hai un pubblico molto eterogeneo che è difficile tenere insieme (paradossalmente sarebbe meglio se arrivassero tutti senza aver fatto latino, ma lo dico sottovoce, che non arrivi alle orecchie del ministro :)   ). E immagino che anche, per esempio, a giurisprudenza, visto che la giurisprudenza italiana è basata sul diritto romano e ogni due parole nei manuali una è in latino, abbiano i loro grattacapi (e infatti ho visto qualche giorno fa a Palazzo Nuovo uno studio legale che cercava un praticando laureando richiedendo espressamente il liceo classico).

Tuttavia, le cose sono andate abbastanza bene, perché si ventilava, come era nella proposta Berlinguer, di lasciare latino obbligatorio solo al classico (Berlinguer aveva un’idea professionalizzante, e non culturalmente formativa, dei Licei. Il liceo classico, nella sua idea doveva “preparare i futuri antichisti”. Io praticamente vivo in mezzo ai manoscritti, ma se mio figlio a quattordici anni mi dicesse “papà, il mio sogno è fare l’archivista” chiamerei lo psichiatra). E l’aria che tirava un paio di mesetti fa era che il latino sarebbe per l’appunto rimasto solo al classico, e nello scientifico sarebbe stato facoltativo in alternativa con una seconda lingua straniera moderna (il che è manifestamente insensato, perché non sono, direbbero i matematici, grandezze commensurabili: il tedesco devi metterlo in concorrenza con l’inglese; se vuoi mettere in concorrenza il latino, lo metti col greco, e il greco allo scientifico non ci starebbe male). C’è stato anche un discreto pressing mediatico (poiché sei un lettore acuto e sai leggere tra le righe dei quotidiani, da’ un’occhiata qui), ma alla fine la si è sfangata.
Siccome, cosa che odio, ho finito per parlare dello status del latino, chiudo dicendo che una certa responsabilità sulla decadenza del latino allo scientifico e la percezione della sua inutilità spetta alla classe docente.  Cicerone bisogna sapere chi è, e non ci piove, però modificare un po’ il canone e far tradurre qualche pezzo di Newton, Keplero, Galileo, Peano non sarebbe male. Perché, cari (ex) colleghi dello Scientifico, se voi lavorate allo Scientifico come se foste al Classico, poi per forza vi ritrovate a essere percepiti come un corpo estraneo e vi ritrovate i colleghi di fisica  che vi dicono “uff, che stai facendo? ” costringendovi a confessare “Beh, siamo arrivati a Velleio Patercolo” prima di allontanarsi riflettendo su come in questo mondo dove ci sono i telefonini, il digitale terrestre e X-Factor possa ancora essere ammesso questo vecchiume; non sarebbe meglio rispondere “stiamo traducendo il Sidereus Nuncius“? Voglio vedere chi oserebbe dirvi che tradurre Galileo allo Scientifico non ha senso (ce ne sarebbero comunque, eh).

4) Ma ’sto liceo coreutico?

Girando per la Rete ho sentito liquidare i licei Musicale e Coreutico come i “licei delle veline e dei tronisti”. Questo genere di affermazioni semplicemente mostra come sia disperato lo stato dell’istruzione musicale nel nostro Paese, per cui Accardo e Marco Carta pari sono. Anzitutto, si tratta anche qui di sperimentazioni già esistenti che semplicemente vengono consolidate. Il problema della musica (per la danza vale lo stesso) è piuttosto semplice. Ogni abilità psicofisica ha un’età corretta ideale per essere coltivata e richiede un certo periodo per arrivare, diciamo così, a maturazione. Per esempio, le lingue straniere e la matematica vanno imparate possibilmente dalla culla; il latino richiede direi otto-dieci anni per l’apprendimento e dunque dovrebbe essere iniziato alle medie (che hanno ben altri problemi), come si faceva un tempo; iniziare a quattordici anni è un buon compromesso (ma sarà pressoché impossibile arrivare alla lettura corrente senza continuare all’Università, il che è un peccato), con molti sforzi si può apprendere dopo i vent’anni (ma sarà sempre una pezza); sociologia, che è una disciplina nobile e interessantissima, secondo me invece non patisce se se ne sposta l’apprendimento all’Università, e così via.

Ora, l’apprendimento di uno strumento musicale fino a livelli professionali presenta alcune caratteristiche:

1) richiede una decina d’anni.

2) va iniziato in età assai tenera, diciamo al massimo nove-dieci anni per violino e pianoforte, ma in genere ormai si inizia sui quattro anni, con metodologie adatte ai bimbi. Fanno eccezione, per ragioni anatomiche, gli ottoni,  che si iniziano verso i dodici anni.

3) richiede un impegno quotidiano gravoso e continuo. Non credo si possa andare sotto le due ore al giorno e stare senza suonare per più di tre o quattro giorni.

Insomma, strumento e danza diventano rapidamente un lavoro a tempo pieno. Tradizionalmente l’educazione musicale avviene attraverso il Conservatorio, che tuttavia non dà accesso alle facoltà universitarie. Perciò le scelte a disposizione di un giovane promettente erano sostanzialmente due: o fare solo il Conservatorio, con enormi rischi (rompersi le scatole a metà del percorso e restare senza niente in mano, oppure diplomarsi e restare disoccupato, e comunque vivere nell’incubo che se succede qualcosa alle tue mani sei finito), oppure affiancare al Conservatorio un corso di diploma. Siccome siamo di fronte a ragazzi che ascoltano e suonano Bach e Berlioz, in genere la scuola affiancata era un liceo scientifico o, più spesso, classico, impegnativa di suo, che risultava ovviamente massacrante associata a un conservatorio (tra l’altro si finiva per dare la maturità insieme al temibile “ottavo anno”). Il liceo musicale risponde all’esigenza di lasciare lo spazio a questi ragazzi per proseguire il lungo cammino della loro formazione musicale fornendo però una base culturale generale sufficiente a permettere loro una via di uscita. Non mi pare molto più scandaloso rispetto al fatto che oggi ci si possa iscrivere a medicina con un diploma da grafico pubblicitario e certamente non più del fatto che le ore di latino che qui finiscono in armonia e composizione finiscano, in altri indirizzi, in biologia o sociologia, ottime discipline che però non necessitano, come invece la musica, di un’istruzione formale precoce per essere apprese a livello professionale.

Spero di averti più o meno risposto, anche se in alcuni punti sono partito per la tangente. Per rispetto del copyright non inauguro anch’io il tag “pipponi”, ma sarebbe da fare.

8 Commenti a “Coreuticità (crosspost)”

  1. Fabrizio scrive:

    TLDR

  2. m-manca scrive:

    Ho messo un “more”, che psicologicamente aiuta ;)

  3. m-manca scrive:

    Anzi, più di uno :)

  4. m-manca scrive:

    oh, più di un more non funziona :)

  5. .mau. scrive:

    Il pippone l’hai scritto tu, aggiungo solo qualche commento sparso.

    - A me la riforma Berlinguer (Luigi) in realtà non piaceva per nulla per due motivi: creare cento indirizzi di studio diversi significa solo fare casino, e dire “todos caballeros”, pardon tutti liceali compresi i ragionieri e i geometri non significa fare eguaglianza, ma semplicemente abbassare il livello. Da questo punto di vista, la riforma Gelmini è sicuramente positiva.

    - Apprezzo il concetto di liceo musicale, come apprezzo il concetto di liceo artistico. È l’indirizzo coreutico che mi lascia perplesso. Dopo che hai imparato a danzare, cosa fai? la velina? (Dopo che hai imparato uno strumento musicale te lo tieni da parte e fai altro, ma è molto più usuale nel resto della vita fare musica per la gioia altrui che danzare sempre per la gioia altrui.

    - Peano scriveva in latino sine flexione, gli studenti si sparerebbero (e gli insegnanti forse pure). L’ultimo matematico che ha scritto in latino è stato Gauss con le Disquisitiones Arithmeticae, ma uno che ha come motto Pauca, sed matura deve avere uno stile così condensato che risulta quasi impossibile. Torniamo a Keplero e Galileo: quanti termini usati da loro sono presenti in un dizionario di latino? Diciamo che la cosa sarebbe bella, ma la vedo quasi più difficile che insegnare matematica in inglese o filosofia in tedesco. [Per la cronaca: io ho dovuto fare traduzioni dal latino fino in quinta]

  6. Massimo Manca scrive:

    “Dopo che hai imparato a danzare, cosa fai? La velina?
    Non credo che la massima aspirazione di un danzatore sia fare la velina (che comunque di per sé non trovo un mestiere disprezzabile; è il velinismo wannabe senza saper far niente, semmai, che è triste, ma non è il caso di chi passa dieci anni stando alla sbarra cinque ore al giorno); credo semmai che sia diventare étoile alla Scala; più realisticamente, entrare in un corpo di ballo, proseguire nella composizione coreografica (non so se si dica così) o alla peggio trovare lavoro in una scuola di danza (più o meno il genere di aspettativa degli ex ISEF), e se no, andare a farsi un DAMS. La mia conoscenza del mondo della danza è pressoché nulla, e non ho la minima idea delle effettive possibilità occupazionali, ma su questo si regola da sé il mercato. E’ evidentemente un indirizzo di nicchia, ma non necessariamente di micchia. Tu dirai: “Va be’, a questo punto finirà che faranno pure il liceo sportivo”, e io ti risponderò: http://snipurl.com/k1ljb .

    “Peano scriveva in latino sine flexione, gli studenti si sparerebbero (e gli insegnanti forse pure)”

    So ovviamente (come latinista ed esperantista appassionato di lingue pianificate) che Peano scriveva sine flexione, e ciò è molto interessante, perché mostra che, al di là delle difficoltà del latino, che Peano voleva superare semplificando il sistema flessivo, il latino era percepito dalla comunità scientifica, fino a tempi molto recenti, come lingua di comunicazione, e comunicazione *scientifica*. Si possono fare dei bei discorsi su questo, anche se naturalmente non è un latino reale, ma, diciamo così, latino filtrato con un algoritmo. Comunque non ci si spara perché 1) il latino sine flexione è molto intuitivo. Per esempio:” differentia importante inter “linguas naturales” et “interlinguas”, consiste in illo facto, quod idiomas naturale es…” ecc. Si capisce più o meno al volo, sembra un po’ spagnolo e un po’ italiano del Trecento, e fa capire molto sul processo di formazione delle lingue romanze. 2) Non su tutto bisogna fare tutto, cioè per esempio esercitare le capacità di traduzione autonoma. Anche se non capisci questo testo, non è che sia cinese, ti leggo una volta la traduzione italiana e tu ti ci ritrovi (quella che tradizionalmente si chiama la lezione di “autori”), e hai la soddisfazione di aver letto gli ipsissima verba di Peano.

    “L’ultimo matematico che ha scritto in latino è stato Gauss con le Disquisitiones Arithmeticae, ma uno che ha come motto Pauca, sed matura deve avere uno stile così condensato che risulta quasi impossibile”.

    Qui tocchi un punto molto importante: io non so nulla di Gauss (tutto ciò che mi vaga in mente è “campo magnetico”); non so se scriva in modo oscuro per un matematico. Ho guardato la versione inglese delle Disquisitiones (c’è su GoogleBooks) e, in inglese, non ci capisco nulla; non ci capirei nulla neanche in latino. Quella roba lì deve tradurla un matematico, perché io so bene il latino, ma non capisco di che cosa si sta parlando; o meglio, bisogna mettersi in due: un latinista aperto alle scienze dure e un matematico con una buona base di latino, e sostenersi a vicenda. Ma se non si trova più un matematico che sappia rosa-rosae (perché se non sa proprio nulla non si può lavorare insieme), Gauss non lo potrà più ritradurre nessuno e finiremo come i testimoni di Geova, che traducono la Bibbia dall’inglese.

    “Torniamo a Keplero e Galileo: quanti termini usati da loro sono presenti in un dizionario di latino?”

    Praticamente tutti. Guarda il Sidereus Nuncius e vedrai che è il latino che hai studiato al liceo. Il latino difficile è il latino corrotto dell’altomedioevo, quando ancora era parlato ma stava ormai trascolorando nelle lingue moderne, e dunque pieno di sgrammaticature e dialettalismi. Invece, il latino diciamo da Petrarca in poi, essendo una lingua artificiale usata solo per la comunicazione scritta e che segue perfettamente lo standard linguistico, è chiarissimo. Le parole che non trovi sul dizionario (e sono poche) o 1) non hai bisogno di cercarle sul dizionario (tipo l’aggettivo “electricus”), o 2) le capisci facilmente con l’analogia o il contesto (sai che “perspicere” vuol dire “guardare attraverso”, ti trovi la frase “e guardando nel perspicillum vedo Giove ingrandito duecento volte”, indovina un po’ che vorrà mai dire “perspicillum?”, e comunque le lezioni, soprattutto queste, si preparano prima, non è che si entra in classe e si traduce all’impronta la prima cosa che arriva, un’occhiata a un’edizione con traduzione la puoi dare. Si tratta alla fine di testi linguisticamente semplici (se capisci di che cosa stanno parlando) proprio perché sono scientifici, e non letterari, e usano un lessico circoscritto. Un paper accademico è sempre, per un lettore competente, più facile da leggere di un romanzo.

  7. Coloregrano scrive:

    Essendo anch’io esperantista mi permetto di specificare meglio il concetto che esprimi circa il “kokodrilado” ed il suo paragone con le lezioni in lingua straniera.
    La contrapposizione che tu descrivi tra gli esperantisti “kokodrilanti” e quelli “non kokodrilanti” è legata a due diverse visioni del rapporto tra lingua e contenuto della comunicazione. Vi sono infatti persone che concepiscono l’incontro con esperantisti come una straordinaria occasione per utilizzare l’Esperanto e che quindi lo usano indipendentemente dal fatto che dispongano di altri mezzi comunicativi che padroneggiano meglio, per costoro quello che è importante è affinare l’uso dello strumento non il contenuto della comunicazione. Vi sono altre persone invece per i quali il contenuto della comunicazione è sempre l’aspetto più importante e che quindi preferiscono comunque comunicare nella loro lingua madre. Sono punti di vista diversi ed anch’io mi ritrovo maggiormente con i secondi ma entrambi i comportamenti sono coerenti agli scopi che l’uno e l’altro si prefiggono.
    E’ vero invece che lo scopo di un corso di Fisica o di Matematica dovrebbe essere quello di insegnare appunto la Fisica o la Matematica e insegnarla in lingua pregiudica indubbiamente la qualità dell’insegnamento. Ciò che ci si può domandare è se il danno arrecato alla materia non linguistica è compensato da un miglioramento dell’apprendimento della lingua. Su questo sono molto scettico, anche in considerazione del fatto che imparare una materia, specialmente se scientifica, in una lingua straniera ti porta ad apprendere un gergo molto specifico e relativamente povero dal punto di vista linguistico, poco riutilizzabile per un uso generale della lingua.
    Alla fine mi pare di poter capire che lo scopo che in realtà aveva il provvedimento fosse riuscire a ridurre il numero di ore complessive, senza che si possa dire che l’una o l’altra materia è stata penalizzata. Purtroppo ridurre il numero di ore di didattica senza ridurre la qualità complessiva della didattica ho paura sia un obiettivo irrealizzabile.

  8. ipazia scrive:

    io lo linko.

Scrivi un commento